UN RACCONTO DI GINO MALUSÀ
Sono Gino Malusa’, il più piccolo dei tre fratelli, nato a Valle d’Istria il 25 dicembre 1947 (Enzo è anche nato a Valle il 30 dicembre del 1944 e Sergio il 9 gennaio del 1939 a Pola) da Innocente Malusa’ e Teresa Crevatin.
I miei nonni materni Natale e Maria Cozza avevano la casa a tre piani ed anche degli animali ed alberi di olive, vite, e cereali. Mio padre è stato chiamato a lottare per la nostra Italia, mettendo non soltanto il suo corpo ma anche tutte le sue forze ed il suo cuore. Intanto mia madre faceva del possibile per portare avanti la famiglia, la casa, gli animali, insieme ai suoi genitori ed a mio fratello Sergio. Mio padre è stato pure prigioniero dei Tedeschi. Finita la guerra, papà ritornò a casa con 25 chili in meno, pesava 40 chili, e non aveva nemmeno delle forze per poter camminare. Poi è nato mio fratello Enzo con l’aiuto della levatrice a casa; nel frattempo che mia madre era incinta di Enzo, i tedeschi sono rimasti a casa nostra per due giorni, e la mia famiglia ha dovuto dormire fuori per lasciare loro i letti affinché riposassero. Chi non ubbidiva ai tedeschi veniva minacciato. Usavamo l’acqua piovana raccolta in una fontana per cucinare, bere e lavarci. Un giorno controllarono tutto il paese, minacciando chiunque ferisse uno di loro, che ne avrebbero uccisi 10 dei nostri.
Dopo aver sofferto tutto questo , la situazione continuò a peggiorare: arrivato Tito non c’era da più mangiare, visto che ci veniva preso tutto quello che la terra ci offriva; ci dava 5 chili di granoturco a testa al mese. Con quello si andava a macinare al mulino, per avere la farina di mais e fare la polenta.
Mia nonna partì per l’ Argentina con una delle sue figlie ed il marito, avendo soltanto 24 ore per prepararsi, con una valigia a testa.
Il 25 dicembre del 1947 sono nato io a Valle; i miei genitori fecero l’opzione per continuare ad essere cittadini italiani e poter partire come ESULI, lasciando tutto ciò che avevano: la casa, gli animali, l’orto, gli attrezzi per lavorare la terra… e soprattutto gli affetti, gli amici e la nostra Terra, con l’anima ed il cuore a pezzi e un’unica valigia ognuno. Siamo andati alla stazione del treno, a Dignano, io avevo soltanto 10 mesi di vita. Siamo partiti coi miei fratelli ed i miei genitori per Campo Profughi, a Miliarino.
Alla Stazione il controllore disse a mia madre: “Povero bambino, cosa farà in giro per il mondo?” E mia madre rispose: “Meglio morti che costretti a vivere ciò che stiamo vivendo”. E così è iniziato il nostro Esodo. Siamo andati insieme ad altri Esuli, in una Caserma Militare degli Americani dove portavano armi. Le stanze erano di legno e cartone incatramato per l’umidità. Per dormire avevamo una sdraio per ognuno di noi.
Lì abbiamo vissuto quasi due anni fino a che mio padre trovò lavoro a Torino; per dormire andava al Convento delle monache, poi affittò un appartamento per noi tutti. Lì si stava molto meglio. Mio padre aveva sua madre Damiana Manzin e sua sorella Edvige a Lecce, mia madre aveva tutta la famiglia in Argentina; così il fratello di mia padre si fece responsabile del nostro arrivo in Argentina.
Siamo partiti dal Porto di Genova con la Nave Paolo Toscanelli arrivando a Buenos Aires il 2 gennaio del 53, cioè 27 giorni dopo. In Argentina c’era tutta la famiglia di mia madre ma, sorpresa, on potemmo restare a Buenos Aires, a causa di una legge di quell’epoca, del Presidente Peron; allora siamo andati a Cobo (Mar del Plata), dove tutti i mesi firmavamo la residenza; vivevamo in campagna, tra fiori e cereali . Mio papà lavorava la terra e mia madre cucinava per i lavoratori della campagna. Questo periodo durò 2 anni circa. Dopo ci trasferimmo a Villa Dominico, a casa della sorella di mamma, dove mio papà trovò lavoro in una fabbrica tessile; trovammo una sistemazione non pagando un affitto, ma mia madre doveva cucinare per i padroni e preparare la merenda ai lavoratori della fabbrica. Sergio, mio fratello maggiore, cominciò a lavorare, mentre Enzo ed io frequentavano la scuola elementare. Nel 1958 mio padre comprò la sua prima casa a Buenos Aires, col sacrificio e lo sforzo di noi tutti. Col tempo le cose migliorarono, mio fratello ed io imparammo il lavoro metallurgico ed ognuno di noi creò la sua famiglia, senza mai dimenticare tutto ciò che abbiamo vissuto e sofferto.
Abbiamo imparato ad amare la Nostra Terra Natia, i Nostri Genitori ed alle nostre famiglie. Sergio ha 2 figlie e 3 nipoti, Enzo 2 figli , 6 nipoti ed 1 pronipote, io 2 figli e 4 nipoti. Ringraziamo questa Terra Argentina e siamo orgogliosi di essere Italiani; trasmettiamo sempre l’amore alla famiglia e con la fronte in alto ricordiamo di essere Esuli Istriani. Questa è la nostra storia, una storia di valori in cui ricorderemo sempre tutti coloro che hanno messo il corpo, l’anima, e la vita, lasciando la loro Terra, la loro casa e la vita in Italia.
Viva l’Italia, Viva gli Esuli e Viva l’Argentina…
Profughi siamo… figli del dolor,
Senza casa e senza focolare
In questo mondo pieno di dolor
La preghiera per i nostri martiri.
Grazie,
Gino Malusa’ – Circolo Giuliano Avellaneda