RIFUGIO CUSSAR IN VIA DELL’ACQUEDOTTO

Un racconto di Annamaria Marincovich

 

Un uomo entrò correndo nel rifugio di Giuseppe Cussar,  in via dell’Acquedotto, e nello stesso modo uscì,  rintanandosi nel rifugio pubblico che stava accanto. Non lo si vide più. Dopo poco successe il finimondo nel nostro rifugio. La SS era entrata, percorreva e perquisiva tutto, anche i posti inimmaginabili. Minacciavano tutti dicendo che, nel caso non avessimo detto dove si fosse nascosto l’uomo che era entrato, avrebbero bombardato il rifugio con dentro tutti, meno i bambini. Non credettero che (AM) era fuggito dall’altra parte. Vedendo che le minacce non facevano effetto, cominciarono a spaventare noi bambini, dicendo che ci avrebbero portato dall’altra parte della via, dove c’erano le case popolari, e poi avrebbero fatto saltare in aria il rifugio. Mia nonna prese un cappotto grosso della mamma affinché non avessi freddo; mia mamma mise nelle mie mutandine un sacchetto appuntandolo con degli spilli di sicurezza e mi disse: “se noi morimo, zerca de rivar a Trieste dai cugini de papá, lori te tegnirá”. Avevo compiuto 9 anni il 29-4-1945.

Così con i tedeschi, facendoci da scudo attraversammo l’Acquedotto, e per  fortuna  da Tersatto non spararono. Quanti bambini attraversarono la strada, non lo so. Ero troppo terrorizzata! Se ricorderete, sul Calvario c’erano i tedeschi, ed a Tersatto i partigiani, cosí che i tre rifugi rimanevano allo scoperto. Dopo tanti anni, anche se mi sfugge qualche dato, credo che i partigiani fossero stati informati da qualcuno dei nostri, essendo che bastava che passasse un cane, perché venisse mitragliato. Quel giorno non lo fecero. Grazie a Iddio! La paura che ebbi quel giorno non la posso spiegare. Entrai in una delle case popolari e chiesi aiuto! Si sa, nessuno mi rispose, tutti erano nei rifugi rinchiusi da vari giorni (totale 15 giorni). Il tempo che passo, non lo so! Ritornai in strada, e qui la SS mi riportò nel rifugio. Avevano comprovato che il signore, (A.M.) era entrato in quel rifugio pubblico, scappando dall’altra parte.

Sarei molto riconoscente se qualcuno che avesse vissuto quell’ orribile momento insieme a me, mi aiutasse a ricordare punti che non mi vengono alla mente.

In quel rifugio c’erano degli inquilini del caseggiato, ricordo un cognome: Dobrilla. Un ragazzo Martino, il cui papà era rappresentante della “Galbani” formaggi, affittavano il locale, proprietà della mia famiglia in Piazza Oberdan.

 

ANNAMARIA MARINCOVICH, Gruppo Esuli ed Emigrati Giuliani – Buenos Aires