DONATELLA

Un racconto di Annamaria Marincovich

 

L’altro giorno lessi un ricordo scritto da Alfredo su un “bombardamento o mitragliamento” e mi sono sentita percorrere da un brivido. Fra altre cose, Alfredo raccontava la supposta morte di una segretaria. Disgraziatamente non furono ciaccole. Forse alcuni di voi ricorderanno un mio ricordo, “Donatella”, che qui vi riporto. Leggetelo e vedrete, non furono ciaccole.

Una bella signorina, molto gentile, lavorava come impiegata nella fabbrica di mio papà, che si chiamava “Distilleria e fabbrica liquori” in via dello Scoglietto 5/1. La signorina era di quelle persone che si fanno ben volere da tutti. Il nome, con cui mi riferirò parlando di lei, non è quello vero. La chiamerò Donatella, perché viveva in via Donatello.

Molte volte a mezzogiorno, quando andava a pranzo, mi portava con sé; io ne ero felicissima, perché venivo coccolata non solo da Donatella, ma anche da sua mamma. Il suo babbo, se non sbaglio di mestiere era un bandaio, rincasava alla sera.

Non ricordo quanti anni avesse lavorato da noi, però un bel giorno volle parlare con mio papà per dirgli che voleva licenziarsi. Quel giorno ricordo mio papà terribilmente preoccupato, svogliato nel mangiare, e quando la mamma gli chiese il motivo per quel atteggiamento, mi mandarono nella mia stanza. Allora la preoccupazione salì anche a mamma e a nonna. Nel pomeriggio, vidi mio padre parlare con Donatella nella distilleria; incuriosita mi avvicinai ed è così che ascoltai la loro conversazione. Papà diceva: “per el amor de Dio, no la fassi stupidagini, ma dove la vá? La vol piú stipendio, no xé problema, parlemo, ma no la stia andar via, ghe lo digo come un padre”. Dovetti scappare per non farmi vedere. Nei giorni successivi, a casa mia tirava una brutta aria. Dopo un po’ di tempo venni avvisata che non dovevo riferire a nessuno di quello che si parlava in casa, altrimenti avremmo potuto recare seri dei problemi a Donatella. Da quel momento la mia famiglia cominciò a fare certe conversazioni in mia presenza.

Donatella, aveva un fidanzato nei boschi con i partigiani, pare che il ragazzo la convinse ad andare a lavorare per i tedeschi; lei falsificava dei buoni e la merce veniva portata in montagna.
Spesso Donatella veniva a trovarci, con gran paura della mia famiglia, che temeva una rappresaglia della Gestapo. Papà non invitò più Donatella a ritornare al suo vecchio posto di lavoro, assieme a noi.

Poi un giorno papà ci disse, con la lacrime negli occhi, che Donatella, insieme ad altre persone, fu legata e infoibata, in una delle tante grotte fra Preluca ed Abbazia. Il suo corpo venne riconosciuto da un braccialetto d’oro che non le fu tolto.

 

Questa testimonianza la scrissi moltissimi anni fa (2011-2012) e, non sapendo se potevo scrivere il vero nome, ho deciso di sostituirlo con Donatella. Poi, leggendo il libro di P. Rocchi, “l’Esodo dei 350 mila Giuliani, Fiumani e Dalmati”, pag. 316, trovai il vero nome dell’impiegata della Fabbrica:  Jelacich Rina.

 

ANNAMARIA MARINCOVICH, Esule nel 1946, 2º Esodo definitivo 1948 – Gruppo Esuli ed Emigrati Giuliani – Buenos Aires