EL MIO “ARCO DE TITO”

Un racconto di Annamaria Marincovich

 

Leggendo sempre “L’Arco di Tito”, che scrisse un amico, dopo tanti anni voglio farvi una confessione.

Fiume, Piazza Cambieri, all’inizio di via Parini: frequentavo l’anno scolastico 1947-1948 come ascoltatrice; non potendo rientrare in Italia, era l’unico modo di mandarmi a scuola.

La mia amica si chiamava Giovanna Emedi, era figlia del padrone dei Bagni Ilona, che erano accanto a casa nostra.

Non ricordo quale fosse stato il motivo, però  un giorno a ognuno di noi fu dato il compito di abbellire il proprio banco; lo avevamo raschiato tutto per bene con un vetro, riportando il pupitre come se fosse di legno nuovo. Con Giovanna mi recai dal fioraio in Piazza R. Elena, vicino al Bar Piva. Ricordo che comprammo tulipani e tanti rami verdi. Al ritorno a scuola, passammo vicino all’Arco di Tito e dissi alla mia amica: “Anche mi passeró soto el arco e ghe spudaró” (a noi, non interessava quale fosse il nome scritto sull’arco. Per noi era un usurpatore che ci aveva cambiato la vita). Giovanna mi disse: “I te porterá in galera, no ti vegnerá piú fora o i te taierá la testa. Co andemo a casa, ghe conteró tuto a tuo papá”. Abbracciò i suoi rametti ed i fiori, correndo spaventata verso la scuola. Io pure strinsi i miei fiori e lentamente mi diressi verso l’Arco di Tito. Passai sotto, feci quello che avevo promesso e in più staccai un paio di rametti verdi che mi servivano che, se non ricordo male, erano di abete e alloro, e mi recai a scuola, dove la mia amica neppure mi guardava dalla paura.

Ritornando a casa, Giovanna nuovamente mi minacciò di raccontare tutto a mio papà, convinta che la polizia sarebbe venuta a prendermi. Era molto difficile spaventarmi, per cui le risposi: “Contigue, contigue, tanto mi ghe diró che ti, ti me gá mandado”. La mia povera Giovanna mai aprì la bocca.

Dopo moltissimi anni andai a trovare Giovanna, che viveva a Bordighera e le chiesi se ricordasse qualche cosa di tutto quello che avevamo fatto; mi sembrò strano: non ricordava nulla. Forse ricordava quell’aneddoto ed altre cose in cui lei non era intervenuta, però al tempo ne fu così spaventata, che ora preferiva negare il ricordo.

Come vedete anch’io ho il mio “Arco di Tito”. Io l’ho raccontato, chissà quanti di voi, leggendo, hanno fatto la stessa cosa.. E mi, gó cambiado idea? No di sicuro!

 

ANNAMARIA MARINCOVICH, Gruppo Esuli ed Emigrati Giuliani – Buenos Aires