UN RACCONTO DI ANGELA PRODAN
“La vicenda, potrà essere simile a tante altre, ma la storia triste della mia famiglia è questa!
Mio papà, nacque a Draguccio, mia mamma a Pinguente, per lo tanto Istriani. Per un miglior futuro, si trasferirono a Fiume, lì sono nata io.
Anno 1948. I miei genitori iniziarono le pratiche per lasciare definitivamente la città che li aveva accolti. Passava il tempo, e non venivano chiamati dalle autorità per definire la loro situazione, e così poter partire per l’Italia. Negli uffici, alludevano alla quantità di persone che volevano esodare. Tutte quelle persone desideravano andarsene dalle nostre terre italiane, e come i miei genitori non erano d’accordo con il nuovo regime iugoslavo comunista che, entrati come liberatori al comando di Tito (3 maggio 1945), qui si fecero conquistatori e padroni despotici.
Cominciarono le espropriazioni delle case, delle fabbriche, commerci; nulla rimaneva come proprietà privata, tutto andava a finire sotto differenti cooperative imposte dal nuovo governo.
In via Buonarotti n. 4, i miei genitori gestivano un’osteria di loro proprietà. Un giorno, un amico della famiglia ci avvisò che sarebbero venute le autorità per confiscarci tutto. Davanti a questa avvertenza, mio papà fece a tempo di svuotare il negozio, in modo che quando vennero i soldati, non trovarono più nulla.
Vedendo la inutilità dell’attesa per ottenere il permesso per l’ espatrio, papà si relazionò con delle persone che si dedicavano a far attraversare clandestinamente la frontiera.
Principio del anno 1949: Mio padre, insieme ad altre persone e due guide, lasciò Fiume per sempre.
Il gruppo fece una larga camminata, sempre nascondendosi nella boscaglia. Le guide conoscevano perfettamente il terreno. A notte inoltrata, videro una casetta di campagna, dove furono accolti da un contadino, che gli permise di dormire nella stalla. Al mattino, il contadino incontrò un amico, e questi gli riferì del pericolo per i fuggitivi, essendo che la polizia iugoslava li stava cercando. Il contadino, corse subito a casa per avvisare gli ospiti del pericolo dato che se li avessero presi, anche lui avrebbe fatto una brutta fine. Il gruppo, non avendo il tempo per calzarsi, scapparono a piedi nudi. Dopo un centinaio di metri, si trovarono fronte alla polizia iugoslava, e tanto questa, come le guida, era armata. Dopo uno scambio di parole, che mio padre non ricorda, le guida dissero: vita, per vita! Davanti a questa situazione, le due parti deposero le armi, e gli iugoslavi dissero: non abbiamo visto nessuno! In questo modo, non vennero compromessi. Finalmente i profughi giunsero a Trieste, sani e salvi.
Stando a Trieste, papà credeva fosse più facile trovare persone che ci aiutassero lasciare Fiume. Le due guide che aiutarono a papà, si erano ritirati per il grande pericolo e così lui non trovò nessuno che ci desse l’opportunità di scappare. Il tempo passò e papà ottenne responsabilità grandi, il passaporto dalla Croce Rossa, e la data per la partenza verso l’Argentina.
Intanto mamma ed io continuavamo a vivere a Fiume attendendo notizie di mio padre e, siccome queste non giungevano, consigliarono a mia mamma di fare la denuncia per l’assenza del marito, pensando al peggio. A causa a questa denuncia la polizia iugoslava incarcererò a mia madre senza nessun processo, né condanna. Dopo un mese, mia mamma fu trasferita in un altro carcere e qui le dettero due anni di lavori forzati, senza sapere il perché. I prigionieri erano obbligati alla ricostruzione di strade, caseggiati, tutto quello che le bombe avevano distrutto, mentre un piccolo aereo proclamava che le donne stavano facendo un lavoro volontario. Che vigliaccheria!
In quei mesi che non c’erano né mamma né il papà vissi con una cugina, Maria, nello stesso edificio dove i miei avevano l’appartamento. Il nonno materno veniva spesso a trovarmi e cercava di far scarcerare mia mamma, alludendo che io vivevo quasi da sola e che avevo solo 9 anni. Grazie al Signore e all’avvocato Paladin, dopo sei mesi, liberarono mia mamma. Era il 6 gennaio 1950.
Un giorno venne una coppia dicendo che erano le guida venuti per farci scappare. Un po’ per la paura che fossero delle spie o truffatori, mia mamma fu restia inizialmente. Tutto cambiò quando la signora dette a mamma una lettera scritta da papà, dando così la credibilità che non c’erano inganni, sul giorno e ora della nostra, diciamo partenza, che sarebbe stata il 26 ottobre del 1950.
Non dimenticherò mai il volto di mamma, guardando per l’ultima volta la sua casa, gli oggetti comprati con tanti sacrifici. L’ultimo bacio alle fotografie dei cari che non avrebbe visto più. Io, sulla soglia della mia stanza, guardavo i miei giocattoli rimasti in un angolo. L’ultima bambola che mi aveva portato S. Nicoló, era in uno scatolone perché la polvere non si posasse su di lei; il pentolino per fare il minestrone immaginario; l’orsetto di felpa; la corda per saltare e tanti giochi ancora che, quando spensi la luce, rimasero soli nel buio. Da vari giorni la mamma piangeva disperata, come in quel momento, allora facendosi la croce disse: “Addio casa mia!” E prendendomi per mano “dai, andemo che xé tardi!”
26 ottobre 1950: Come accordato, la coppia venne a prenderci. Potevamo portare solo una borsa, con un solo cambio di indumenti. Alle ore 20 ci dirigemmo alla stazione ferroviaria di Fiume. Ci dettero varie indicazioni ma specialmente di non farci sentire parlare in italiano; un passaporto, che era della sorella della guida che ci accompagnava, doveva veniva identificata mia mamma. Dopo un paio di stazioni il treno si fermò in un paesetto, di cui non ricordo il nome. In quel posto dovevamo presentare i documenti e, per fortuna, essendoci una ressa importante, si formò un’occasione ottima per non essere riconosciuti.
Alle ore 22 della stessa sera salimmo sulla corriera, accompagnati sempre dalle guide, che però, in una fermata seguente e molto solitaria, scesero. Noi lo facemmo più avanti, e dopo circa duecento metri, c’inoltrammo nel bosco, incontrandoci con due uomini. Non solo tremavamo dal freddo, ma anche dalla paura. Poco dopo, giunse nuovamente la coppia che ci aveva aiutato ad uscire da Fiume, ci presentarono i due signori che ci avrebbero portato fuori dalla frontiera. Le guide sparirono nel bosco.
Camminammo tutta la notte fra rami, spine, che ferivano le gambe, e tutto ciò che fosse esposto. Neppure un lamento usciva dalle nostre labbra per timore di essere scoperti. Solo ogni tanto udivo le parole di mamma per incoraggiarmi a proseguire. Le lacrime negli occhi di mamma mi facevano capire quanto era addolorata di vedere il mio sforzo, la sofferenza di una bimba di solo nove anni che, scavalcando muretti di pietra, attraversava rigoli di acqua gelata dove scarpe e piedi bagnati facevano tanto male da sembrare morsi bestiali. Le mani, anche se protette da guanti, il gelo che passava uguale; potevo solo stringere i denti, pregare che quel martirio finisse presto e giungere dall’altra parte, a Trieste. Così proseguimmo per indicazione della guida, quasi strisciando nel fango, uno dietro all’altro a distanza di circa 1 metro: la guida, mamma, io e la seconda guida.
Cominciava la parte più difficile e pericolosa: attraversare un praticello con l’erba più alta, una spece di barricata formata da trochi d’alberi di circa un metro e mezzo di altezza, che serviva per rendere impossibile il passo inosservato di qualsiasi persona. Con moltissima attenzione, cominciammo ad attraversare il prato, ma a metà di questo udimmo la voce di un soldato in croato: stop! stop! mentre sparava con la pistola. Grazie all’oscurità, invece di fermarci, cominciammo a correre disperati e spaventati. Arrivammo alla barriera dei tronchi, dovevamo superali lacerandoci mani e gambe, ma la paura fu superiore al dolore e continuammo a salire, riuscendo così a passare dall’altra parte, addentrandoci nuovamente nel bosco. Il freddo era intenso, eravamo estenuate dalla stanchezza, dal freddo e dalla fame, per non aver provato cibo durante tante ore. Abbiamo cominciato a fermarci più spesso, perché mamma dimostrava una certa difficoltà per respirare.
Per fortuna dopo poco apparve un sentiero che ci condusse verso un paio di casette nascoste fra gli alberi; in una di quelle, bussammo alla porta. Immediatamente ci fecero entrare, ci offrirono un buon caffè caldo che ci rincuorò abbastanza. Cambiarono il denaro che mamma aveva portato, ci fecero riposare un poco e alle sei del mattino seguente ci accompagnarono alla stazione ferroviaria. Salimmo sull’ultimo vagone, prossima fermata: Trieste.
Trieste, 27 ottobre 1950. Alla stazione ci aspettava un cugino di mia mamma, che ci condusse a casa sua. Dopo due giorni, denunciammo la nostra presenza e la polizia ci portò a Campo Marzio, adibito a Campo Profughi, dove rimanemmo fino al 13 febbraio1951.
Dopo aver preparato la documentazione necessaria, andammo a Genova per salire sulla motonave Santa Fé e raggiungemmo papà in Argentina, nel mese di marzo del 1951. Papà ci aveva preceduto arrivando là nel gennaio 1950.

La mamma di Angela Prodan: Amalia Marinaz. La bimba è Angela. Il papà: Eugenio Prodan. Dietro: Maria Prodan, cugina di Angela, che, mentre la mamma era incarcerata e obbligata a lavori forzati, accudiva Angela, rimasta da sola.

Angela, da molto piccola a Fiume, insieme alla cugina Maria Prodan, sua protettrice.

Via Belvedere n. 4, Fiume. E’ l’edificio dove i genitori di Angela gestivano la trattoria. Foto scattata nel 2004.
Angela Prodan, Esule fiumana, emigrante Giuliana, Consigliere del Gruppo Esuli ed Emigrati Giuliano – Dalamta di Buenos Aires”.