DA ALESSANDRO MANZONI ALLA PATAGONIA ARGENTINA: UNA VITA FRA DUE CONTINENTI
Un racconto dalla famiglia Iurman
Da bambino, a Isola d’Istria ove trascorsi la mia infanzia coi nonni materni, sentivo parlare sempre di una certa “Contessa”. Non sapevo allora che avesse avuto un’ influenza tanto grande nella mia vita. Qui, brevemente, la storia.
Non credo siano molti triestini a sapere che a Trieste, un discendente del famoso autore dei “Promessi Sposi”, suo pronipote come diceva mamma, aveva stabilito un’ Agenzia Marittima in Via Giacchino Rossini, 16. Accanto al Canal Grande, a pochi passi della Sede della nostra Associazione Giuliani nel Mondo (questo indirizzo esatto lo devo al caro amico Elvio Guagnini, triestino, specialista in Letteratura Italiana).
I Conti Manzoni, nell’estate, andavano dal nonno Giovanni, a Isola, e gli comperavano vino, uva, frutti della sua campagna. Con tante visite, tra di loro era nata una certa famigliarità, se non amicizia, data la evidente disuguaglianza sociale. In una di queste visite, presente mia mamma adolescente, la contessa chiese ai nonni se fossero stati disposti a permettere alla figlia di accompagnarla a Trieste come “dama di compagnia”. La possibilità di una vita nella grande città per la giovane, una bocca meno da mantenere e, soprattutto, la fiducia nata dal rapporto tra le due famiglie, resero questa proposta valida per i nonni, e Amabile, mia mamma, accompagnò i Conti a Trieste. Ora mi spiego da dove provenisse la conoscenza che mamma dimostrava su certi aspetti degli spettacoli di Opera nel Teatro Rossini a Trieste. Accompagnava alla Contessa al teatro. Stiamo parlando degli anni venti del secolo scorso. Tutto cambiò con la crisi del ’29. I Conti dovettero licenziare al personale di servizio e mamma, da dama di compagnia, passò a dover anche cucinare e fare le pulizie.
Torniamo all’Agenzia Marittima del Conte Manzoni. Questa aveva un contratto col Governo Argentino. L’Argentina cresceva, si espandeva economicamente e aveva bisogno di molta mano d’opera. Uno dei suoi padri fondatori, Juan Bautista Alberdi, della fine dell’Ottocento batteva il tema:”Gobernar es poblar” (“Governare è popolare”). Essendo il paese semivuoto, il Governo firmava contratti con le Agenzie Marittime in diverse parti di Europa, per fornirsi di possibili operai, braccianti, tecnici, o campagnoli. A Trieste, chi aveva questo ruolo era la Agenzia Marittima del Conte.
Il fratello maggiore di mio padre, Antonio, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato dell’Impero. Finita la guerra rientrò a Trieste reduce dell’esercito nemico vinto e decise di partire verso l’America. Le carte le fece nell’Agenzia Marittima del nostro Conte. Un paio di anni più tardi, Aurelio, un altro fratello di papà, seguì la stessa strada. Entrambi, una volta arrivati in Argentina, si stabilirono a Buenos Aires. Eravamo alla fine degli anni venti. Negli anni ‘30 Giovanin, un terzo fratello di mio padre, decise pure di emigrare e andò a Villa Regina, un paesetto appena fondato nel 1924, nella Valle del Rio Negro, in piena Patagonia. In quella Valle, più precisamente nei dintorni di Villa Regina, si trovavano molti istriani, sicuramente a causa dell’impegno della nostra Agenzia Manzoni e numerosi friulani, non so se per gestioni dell’Agenzia di Trieste o di qualcun’altra. Il fatto è che Villa Regina fu sempre una vera e propria colonia italiana (si parlava di un gran progetto di colonizzazione di questa parte del Mondo, promosso dal Governo Italiano di allora).
Siamo nel 1930: gli zii erano partiti e il fratello minore, Giuseppe (Bepi), mio padre, era un giovanotto in quel tempo. Lavorava in una fabbrica, la Gaslini. Faceva il facchino, scaricando dalle barche le borse di grano da dove si spremeva l’olio. Una domenica andò al cinematografo, il Garibaldi. Quella volta, quando si vendevano più biglietti che posti da sedere, il pubblico si accomodava in piedi nel corridoio fra le due file di questi posti. E così fece mio papà. Quel giorno anche mamma andò al cinema in compagnia del fratello Aldo, che faceva il marinaio, grazie alla sorella che lo aveva raccomandato nell’Agenzia e si trovava a Trieste in licenza. Una volta si andava al cinema sempre in compagnia e la Contessa aveva dato il permesso. I due fratelli arrivarono tardi al cinematografo e finirono anche loro in piedi. Mamma, piccola di statura, non vedeva niente perché aveva un giovanotto alto davanti a lei. “La me scusi, signor, el se podaria spostar un poco? No vedo gnente.” (malgrado la sua vita con i Conti, mamma parlò sempre l’isolano). Papà si voltò. Il resto si può immaginare! Fu un colpo di fulmine. La seguì discretamente all’uscita. E si arrangiò in modo da vedere dove viveva per rincontrarla. Dale oggi, dale domani, bisognava ottenere il permesso per passeggiare insieme nei pomeriggi festivi. Papà allora respirò profondamente, prese coraggio e si presentò alla Contessa. “Chi siete, giovanotto, cosa fate, ché intenzioni avete?” “Mi chiamo Giuseppe Iurman, lavoro in una fabbrica, la Gaslini, e voglio bene a Amabile”.
“Ah, Iurman, buona gente! Permesso concesso”. La Contessa aveva conosciuto i tre fratelli di papà. Andò tutto bene!!
Una quindicina di anni più tardi, papà dovette pensare di andarsene, perché col suo stipendio di facchino non poteva mantenere degnamente la sua famiglia nel dopoguerra; aveva un fratello nella Patagonia Argentina, che poteva aiutarlo.
Qui siamo, i fratelli Iurman: Lucio, Elsa, Nadia e Walter, figli di Giuseppe e di Amabile, ottant’anni dopo di questa storia.

Mamma al tempo della Contessa

Papà da giovane

Vista dal Palazzo dove viveva la Contessa

Papà e mamma mentre raccolgono le mele in campagna a Villa Regina

Casa in campagna a Villa Regina

Amabile Menis in Iurman, la mamma. Indietro, Lucio e Elsa. Davanti, Walter (a destra della mamma) e Nadia (a sinistra). Foto scattata nel 1950